Il tempo indigesto

Il tempo fa parte di quella categoria di cose che difficilmente risulta digeribile all’uomo. Ci ricorda costantemente che siamo esseri finiti, impotenti, destinati al deterioramento, e condannati a desiderare l’eternità.

Io ho sempre avuto un rapporto molto conflittuale con il tempo, lo sento, ne sono altamente consapevole e lo temo. Passa inesorabile, in alcuni momenti rallenta e altri invece, sopratutto quando sei felice scorre a gran velocità come un tradimento alla tua gioia, lo ignori per qualche tempo e lui poi ti ritorna con gli interessi il peso di ciò che è passato e del futuro che deve arrivare.

Nell’antichità il tempo era circolare, le cose si ripetevano di continuo, concepivano un ritorno a qualcosa di noto e familiare. Un tempo più rassicurante rispetto a quello concepito nelle società contemporanee che sono invece continuamente rivolte verso l’ignoto.

Dalla modernità infatti si pensa al tempo come una linea retta, tesa dritta davanti a sé, senza mai una fine, un progresso continuo coerente con la mentalità della scienza e tecnologia occidentale: se si vuole migliorare bisogna sempre guardare avanti.

Trovo che il secondo sia un tempo che causi maggiore angoscia e paura rispetto al primo, forse gli antichi nella loro saggezza l’avevano già capito, che l’uomo non può permettersi tutta questa paura di un futuro incredibilmente lontano e sconosciuto. Anche la Chiesa lo ha capito, e promette una sorta di approdo dopo la morte, un posto dove concludere il proprio percorso di vita, perché l’assenza di un punto di arrivo è terrificante.

Questo terrore spinge l’uomo a cercare un’arma con cui sconfiggerlo, un assaggio di eternità che lo aiuti a superare la sua finitudine, e se fuori da lui non riesce a trovarla non gli rimane altro che volgere lo sguardo dentro di sé, l’unico posto in cui può sedersi a gambe incrociate, chiudere gli occhi e sentire, anche se per pochi istanti, l’infinito, racchiuso con cura dentro il nostro pensiero, intrecciato alla complessità della nostra coscienza e percepito attraverso il respiro dell’amore che spalanca la mente verso un vuoto senza fine, una vita senza morte.

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