Bioetica: il diritto alla morte

Gli eventi fondamentali nella vita di un uomo sono comprensibili e intuibili a tutti, ad ognuno di noi sarà capitato almeno una volta di soffermarsi per qualche secondo a riflettere sul loro significato, cercando di incastrare tutti i pezzi del puzzle per ottenere un’immagine intera e ben definita.

Alcuni tasselli sono senza colore e disorientano chiunque li stia guardando, situazioni di fronte alle quali oscillerebbe la mente più brillante che si possa immaginare. Solitamente la vita e la morte sono concetti precisi, palpabili, afferrabili, di cui facciamo esperienza sia diretta che indiretta. Invece la vita dentro un corpo morto, o la morte in un corpo vivo sono i tasselli senza colore, creati dall’uomo, dalla scienza e tecnologia. Non possiamo sfuggire, siamo chiamati a riflettere sui diritti dell’essere umano in particolare sul diritto di vivere e il diritto di morire. Quest’ultimo si presenta in situazioni specifiche quali i malati terminali e le persone in come irreversibile.

L’eutanasia, il suicidio assistito, l’accanimento terapeutico sono argomenti complessi che esigono una legislatura che li renda applicabili, lo Stato non ha solo il dovere di difendere il diritto alla vita ma anche quello alla morte. Il libero arbitrio di ogni individuo dev’essere tutelato anche nelle situazioni in cui non è in grado di farlo valere in modo autonomo. La libertà esige il potere di decidere se prolungare la propria sofferenza o meno. La dignità dell’essere umano posa su di essa, poiché la costrizione a vivere diventa orrenda quanto quella di morire.

Sono argomenti difficili da affrontare, scomodi per chi non ne è direttamente coinvolto, e qualunque dibattito su di essi dovrebbe liberarsi a priori da contaminazioni di tipo religioso o politico; la dialettica deve tornare alle origini, l’intuito del giusto e sbagliato deve prevalere, il libero arbitrio dovrebbe essere la costante di qualsivoglia ragionamento.

L’Italia è impreparata e molto immatura, è come un bambino a catechismo che ripete a memoria i comandamenti e non si accorge che nel resto del mondo ne hanno aggiunti ormai di nuovi. La grande sensibilità, l’intelletto e la cultura italiana è intrappolata in una gabbia ottusa e cattolica. Il diritto di vita, di morte, di libertà, vanno oltre Dio per ritornare al diretto interessato, l’uomo.

Il diritto a morire sembra andare contro ai principi universali condivisi dall’essere umano, che ha la pretesa di eternità e di preservare la vita ad ogni costo. Va sempre preservata? Dovremmo definire cosa sia vita e fino a quale punto un uomo in coma vegetativo possa considerarsi in vita. Vita è fino a quando c’è coscienza? Sappiamo cosa sia coscienza? Se consideriamo la coscienza come attività cognitiva capiamo bene che le decisioni in base a questa definizione cambiano radicalmente rispetto all’idea che una coscienza non sia solo attività cognitiva, ma affezione, sentire percepire anche senza auto consapevolezza.

Le difficoltà sono grandi, io non ho le risposte, come molti altri ho solo domande che possono spingere a riflettere, e un consiglio di qualche lettura per chi fosse interessato.

(Questa riflessione nasce il 6 Giugno 2014, quando Mina Welby ha fatto un appello al premier nel tentativo di richiamare la sua attenzione sui diritti civili).

 

Letture consigliate:

Turoldo F., Bioetica e reciprocità. Una nuova prospettiva sull’etica della vita, Città Nuova, Roma, 2011
Jonas H., Tecnica medicina ed etica, Einaudi, Torino, 1997

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