La caduta, il vuoto, e poi la luce. Memorie di una ragazza bloccata che ha trovato la forza di muoversi.

Il vuoto, alzavo gli occhi e non scorgevo nulla. Per quanto mi sforzassi di intravedere una luce, seppur lieve, tra le ombre della mia mente, rimanevo intrappolata nelle quattro mura che mi ero creata da sola. Una prigione buia dentro la quale non riuscivo a muovermi se non per rannicchiarmi a terra e piangere per me stessa. Aspettavo immobile la bussola di Dio. Chiedevo semplicemente di orientarmi nella vita, quella vita ancora così poco vissuta, e quel poco l’ho vissuta senza consapevolezza di me. Mi sentivo malata, sia nella mente che nel corpo. Cercai di curare almeno una parte, provando l’illusione di muovere i primi passi nel mondo.

Iniziai a correre, abbastanza frequentemente, senza musica, senza distrazioni, anche nelle giornate più fredde sudando e stancandomi, volevo sentire me stessa e mi sembrava che l’unico punto di partenza fosse sentire il mio corpo, che non ascoltiamo profondamente e meno ancora la nostra testa. Spesso mi accadeva di non respirare profondamente, in fondo si tratta di un semplice movimento fisico innato, respirare così a fondo da sentire le pareti del torace espandersi fino a scricchiolare. Respira. Correndo è molto importante saper respirare soprattutto se si vuole migliorare le prestazioni.

L’attività fisica non era sufficiente, come poteva curare il panico e la confusione di fronte la mia esistenza? Di questo si trattava, paura, angoscia di essere una donna nella società, di coesistere con le sue regole ed imposizioni. Insomma ti sei laureata e devi continuare gli studi, lo devi fare o non troverai il lavoro della tua vita, perché devi fare carriera, devi guadagnare a sufficienza per poi costruirti una casa in cui devi viverci con un uomo fedele con cui devi farci dei figli, che dovrai educare, dovrai insegnarli a vivere come non sei riuscita a fare e dovrai morire in quella casa ormai passata di moda, vecchia agli occhi dei tuoi figli e un’inutile ammasso di cemento e di ricordi immobili. Devi. Devi essere qualcuno, devi diventare qualcuno. Devi scegliere.

E se non volessi essere qualcuno se non me stessa? E se non volessi scegliere di progettare? Perché devo, chi me lo impone se non la mia parte educata ad inserirsi correttamente in questa società? Mi sono ribellata e non ho continuato a studiare. Almeno questo l’avevo deciso io. Stare a casa e mandare il mondo a farsi fottere.

Non era sufficiente neanche questo, la realtà è che se non trovi te stessa prima, poi non hai alcuna possibilità di comprendere la realtà che ti circonda.

Avevo bisogno di tempo, di ore inutilizzate, di giornate passate a letto a dormire, e a leggere e a correre. A leggere sì. Un bisogno familiare spingeva le mie mani ad afferrare libri e a fagocitarli, cercavo la voce di estranei, maestri di vita che mi parlassero attraverso le pagine. Io mi fido delle parole di grandi scrittori, solo a loro potevo rivolgere la mia totale attenzione, solo a loro permettevo di crearsi un varco dentro il buio del mio spirito.

Poi ho iniziato a scrivere, le prime righe sono state accompagnate da grande sofferenza e allo stesso tempo sollievo, più scrivevo più capivo me stessa, era una cura, una terapia e perché funzionasse dovevo essere maledettamente sincera.

Mi sono risvegliata da questo lungo letargo invernale, ho continuato a scrivere, ho iniziato a lavorare, e sono tornata a studiare. Vivo e leggo con maggior consapevolezza ogni giorno. Sto ancora imparando, la strada è lunga, ma questa volta ho preso la direzione giusta, l’ho sentita dentro di me e l’ho voluta. Sono tornata alla filosofia, alle sue meravigliose opere e attraverso di esse continuerò a crescere e a sviluppare l’essere umano che sono, scorgerò sempre maggior luce, ne sono certa, e non costringerò più me stessa ad ascoltare volontà estranee alla mia.

E.

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