Intervista a Benedetta Silj: la dimensione del dono e della generosità in ambito aziendale.

Ci siamo interrogati sul senso del dono e della generosità, ci siamo chiesti cos’è e se è possibile essere generosi anche a lavoro con i nostri colleghi e collaboratori senza pretende di ricevere qualcosa in cambio. Ci è venuta in aiuto l’analista biografica Benedetta Silj, che si occupa da molti anni di pratiche filosofiche integrate, e ha collaborato con molte organizzazioni per favorire la consapevolezza e responsabilità etica nella persona e tra le persone dell’azienda.

Per prima cosa vorrei chiederle che cos’è il dono.

Racconterei che cos’è l’esperienza del dono, del farlo e del riceverlo. La grandezza del dono è strettamente legata alla grandezza della generosità, si realizza quando non è narcisistica e non è esibizionista. Un dono meno è firmato, meno racchiude il riflesso del mittente, e più è in grado di esprimere la sua dimensione intrinseca di gratuità.
La grandezza si realizza anche nel momento in cui ricevo un dono, è molto rara, poiché spesso percepiamo un senso di debito verso chi ci ha donato qualcosa, e questo sentimento oscura la grandezza del ricevere, dobbiamo invece avere il coraggio di ricevere, di dire grazie provando gratitudine e non debito. Quella che ho appena descritto è una dimensione un po’ idealizzata del dare e ricevere, ma è una meta a cui possiamo aspirare.

Dove trova lo spazio la dimensione della gratuità  in un ambito organizzato come quello aziendale?

Immaginiamo l’organizzazione come se fosse un grande iceberg, la parte visibile che emerge rappresenta le donazioni esplicite, che esibiscono la qualità morale del loro agire, come donare due milioni di euro alla ricerca sul campo: è un dono esplicitato, ed è una forma di auto promozione, c’è un grande interesse nel farlo, si riceve visibilità in cambio.
Benché sia apprezzabile che quella energia economica sia stata dirottata in una direzione sociale, credo che a livello delle relazioni interpersonali nel mondo organizzativo la dimensione più generativa del dono e della gratitudine risiede nella parte nascosta dell’iceberg, è invisibile, meno questa cosa si deve mostrare più può diventare attiva, penetrativa e culturale.

Mi può fare alcuni esempi?

Faccio un esempio molto banale: rifiutarsi di alimentare un pettegolezzo, è un dono verso il destinatario del pettegolezzo, verso quella conversazione che non si vuole avvelenare. E’ un ascolto detergente di cui nessuno saprà nulla, non sarai premiato perché hai asciugato un pettegolezzo, ma questo modo di agire che non prevede premi nominali, collabora alla creazione di un’atmosfera aziendale dove la gratuità potrebbe un giorno avere il diritto di circolare. Le occasioni per promuovere questo tipo di valore sono infinite.
Un’altro esempio è il networking. Cresciamo incitati dai familiari che nello studio e nel lavoro valga il principio di competizione e prestazione, rendersi visibile, non farsi fregare l’idea. Concepiamo il networking come una rete dell’opportunismo. Facilito un incontro, una connessione solo per guadagnarci. “io li ho fatti incontrare, io sono fuori senza riconoscimenti, senza un grazie, chi me lo fa fare?’’. La mia esperienza è che il networking più fertile invece è proprio l’opposto, ci vuole una grande fiducia in se stessi per rimanere apparentemente fuori da un gioco generativo in cui si è stati decisivi nel promuovere. 

Un leader è in grado di donare?

Per farlo prima si deve spogliare del suo nome, di tutta l’armatura a maglie strette che sta nella sua intitolazione, deve diventare scalzo, ovvero uscire dalla sua guaina di ferro ridicola, e avere un’autorevolezza diversa.
Siamo in un mondo day after nelle relazioni interpersonali, cioè nell’ambito organizzativo, il disastro è già avvenuto nel momento in cui l’indifferenza è stata inclusa tra le competenze del proprio curriculum. Negli anni ‘80 e ‘90 c’è stato un tacito accordo tra datori di lavoro e aspiranti manager, per i quali la competenza fondamentale è diventata l’indifferenza verso l’altro, la capacità di essere freddo e calcolatore erano competenze essenziali.

Sembra difficile poter cambiare la società così tanto, soprattutto in una logica economica così stringente, da dove possiamo iniziare?

Noi ci rivolgiamo a dei singoli, ciascuno ha la responsabilità, non tanto di cambiare il mondo ma di testimoniare nelle sue scelte quotidiane quello che sente come trasformativo sul piano etico. Ovviamente non può lasciare un posto di lavoro perché il sistema è sbagliato, allora deve prendersi cura delle relazioni di cui è responsabile. Nel caso, ad esempio, mi accorgessi di essere invidioso se il mio collaboratore è più bravo me, devo imparare a perdonare quella parte di me che rappresenta una fragilità, l’invidia. Possono smettere di agire nella mia invidia, imparare a gestirla, e trattarla come si tratta un raffreddore, così posso lasciar stare l’altro e permettergli l’avanzamento di carriera.
Quindi l’incontro con la propria ombra di ciascuno è il grande lavoro di trasformazione, non certo scrivere nuovi codici etici o nuove procedure per diventare più generosi.

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