Desiderare e sognare: sono tabù per i giovani?

Il mio progetto Pensare al Futuro che sto portando in giro per le scuole di secondo grado (ho ben 6 classi sotto le mie grinfie) è un percorso che ha l’obiettivo di allenare i ragazzi alla riflessione e a rivolgere lo sguardo al futuro senza paura.
Sono laboratori di filosofia pratica e la prime due sessioni ruotano intorno al tema del sogno e del desiderio. Quello che faccio è creare uno spazio di dialogo insieme alla classe e indagare ciò che emerge da loro in relazione alle tematiche che porto come stimolo iniziale.
Da classe e da scuola cambiano abbastanza le reazioni dei ragazzi e ognuna mostra interesse per diverse tematiche, esempio la felicità piuttosto che l’obiettivo o i soldi.

Desiderio è una parola davvero molto bella e poetica, già dalla sua etimologia: de-sidera, mancanza di stelle. Io personalmente non ho mai avuto grossi problemi con questa parola, la utilizzo, la scrivo, la pronuncio e la penso, ma con mia sorpresa e un po’ di dispiacere ho scoperto che non vale lo stesso per molti ragazzi con cui ho lavorato.
Dal dialogo sono emerse delle grosse resistenze nell’utilizzo di un termine che per loro sembra avere un valore troppo alto, da utilizzare con cautela. All’inizio ho pensato che fosse positivo, che indicasse qualcosa di prezioso di cui non vogliono abusare, ma il lavoro maieutico ha portato in superficie altre motivazioni.


Il desiderio, insomma, è un’esperienza di una mancanza, di una debolezza. Ma è anche – ed è qui il suo paradosso – un’esperienza di forza: la forza di una spinta che mi sovrasta e mi supera. Il desiderio è, allo stesso tempo, mio e mi porta al di là di me stesso.

Massimo Recalcati

Per loro il sogno e il desiderio sono qualcosa di molto lontano, astratto, molto difficile da raggiungere se non impossibile; non sono poi così reali semmai di concreto e fattibile ci sono gli obiettivi.
Il desiderio in particolare è rivolto a qualcosa che non si può avere (ad esempio rivedere una persona che è mancata) non a qualcosa che si potrebbe effettivamente ottenere.
Il desiderio nasce da una mancanza incolmabile (Freud sarebbe molto d’accordo), non si desidera cibo, amore, amicizia, ma la si vuole.

Mi hanno chiesto come la pensavo io, se lo avessi detto sarei stata un pessimo facilitatore, li avrei influenzati, mi sono limitata a farli entrare in contraddizione con quanto dicevano e semmai farli riflettere su queste contraddizioni, dire “io non desidero” non è una posizione facilmente sostenibile di fronte a chi mastica filosofia, ma non ho di certo la presunzione e ingenuità nel credere che una volta concluso il dialogo avrebbero abbandonato il pessimismo.

Quello che mi chiedo è perché gli adulti si impegnano a convincere un ragazzo che ha 15 massimo 18 anni, che sognare e desiderare sono parole troppo romantiche, che la verità è che ci sono solo obiettivi, nel lavoro e nella vita, e bisogna concentrarsi solo su quelli, grandi o piccoli che siano. Bisogna stare con i piedi per terra.

Ma l’obiettivo personale da dove nasce? Da una visione, da una passione, da una volontà, da un mal di pancia, da un desiderio. 
Per quale motivo la visione non la possiamo chiamare sogno?
Attenzione non sono neanche del partito “puoi realizzare tutto quello che vuoi”, non credo negli individui con i superpoteri che possono superare qualsiasi ostacolo e spaccare il mondo. Neanche questo è il messaggio che possiamo far passare ai nostri ragazzi (le pubblicità come la nike e la coca cola non fanno altro spingono e motivano), il rischio è che quando cadono da certe altezze si fanno davvero molto male.

Ma non c’è una via di mezzo tra il crescere una persona disillusa e una che vive solo di sogni? Siamo sicuri che si tratta solo di proteggerli? Mettere le mani avanti ancora prima di sperimentare la vita è una premura o un sabotaggio?


La splendida foto in copertina è di Lorenzo Franco Santin vi lascio il link per esplorare la natura attraverso i suoi occhi e conoscere la sua storia!

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