La società della prestazione e la fretta di rispondere

I laboratori di pratica filosofica, si sono posti l’obiettivo di creare uno spazio di riflessione dove essere liberi e cogliere la propria visione del mondo. Ran Lahav utilizza la metafora della caverna di Platone, filosofare significa liberarci dalle nostre prigioni anguste che ci costringono a vedere nella stessa direzione, “è libera e aperta esplorazione – ha il potenziale di portarci oltre i nostri limiti”[1]. La consulenza filosofica nasce proprio perché le persone solitamente vivono in uno stato superficiale, è normale, è sopravvivenza, non sarebbe una vita sostenibile quella che ci vede costantemente in una dimensione profonda di riflessione o ci sarebbe il rischio di perdersi in una dimensione sconnessa dalla vita reale. Ci sono dei momenti però in cui sentiamo uno scricchiolio, una sorta di chiamata, Lahav lo chiama anelito[2], per il quale sorge la necessità di fermarsi a pensare. Nascono delle domande che riguardano il senso della vita, la nostra direzione, e cosa ci rende davvero felici.

   Ma perché è tanto difficile stare nel silenzio, e ancora di più nella noia? Per capirlo vorrei analizzare il contesto che vivono i miei interlocutori, gli adolescenti, la generazione Z, e avere un’idea del mondo che li circonda dal loro punto di vista, è un ottimo punto di partenza per un confronto proficuo con loro: conoscere la musica che ascoltano, il videogioco che va per la maggiore, i loro influencer preferiti e i social network che frequentano è una finestra sulla società che li sta crescendo, inoltre permette di creare complicità mostrando un sincero interesse per loro.

   In che società stanno vivendo? Per rispondere a questa domanda mi viene in aiuto il filosofo e teorico della cultura Byung-Chul Han, il quale nel suo libro La società della stanchezza descrive il passaggio storico dalla modernità alla contemporaneità, come il passaggio da un secolo durante il quale si combattevano malattie perlopiù immunologiche, eliminando il fattore estraneo che causava la malattia, al XXI secolo dove ci troviamo ad affrontare un dilagare delle malattie neurologiche, soprattutto nella società occidentale; il fattore non è più esterno ma interno.

Ogni epoca ha la sua malattia, noi abbiamo quella della depressione, dell’iperattività, dei deficit di attenzione[3], in quasi ogni classe trovi un insegnante di sostegno al quale hanno assegnato uno studente con una sigla a tre lettere a indicare qualche tipo di deficit. Ogni malattia riflette le dinamiche di una cultura, mentre prima dominava la società disciplinare, descritta ampiamente dalle opere di Foucault, oggi è subentrata la società della prestazione[4]. Il negativo della società disciplinare, l’obbligo, la reclusione, il divieto, è stato sostituito dal positivo rappresentato dal verbo modale “poter-fare (Können) illimitato”[5].

La società disciplinare è ancora dominata dal no. La sua negatività produce pazzi e criminali. La società della prestazione, invece, genera soggetti depressi e frustrati.[6]

  Il cittadino che vive questa società è imprenditore di se stesso, è molto più veloce e produttivo, non ha tempo da perdere; in una società così non sembra esserci spazio per i deficit, la lentezza, per la filosofia e per la riflessione poiché considerata poco produttiva[7]. Quando questa produttività degli uomini del XXI secolo diventa pericolosa? Byung-Chul risponde: quando si instaura “l’imperativo della prestazione quale nuovo obbligo della società lavorativa tardo-moderna”[8].

   La conferma a questa ipotesi mi è arrivata durante i laboratori di pratica filosofica con i ragazzi, soprattutto l’ultimo, dedicato all’analisi di una lettera presa dal testo di Galimberti[9] La parola ai giovani: è stata scritta da un ventenne il quale descrive la propria generazione come quelli nati “sull’orlo del baratro. E su quest’orlo corriamo”[10]; parla della fretta, della mancanza di tempo e della frenesia con la quale un giovane si trova a bruciare le tappe, per la paura che qualcuno arrivi prima di lui, che vive in una società dove fermarsi è un tabù, e vige l’imperativo: diventa prestante, meglio dell’altro, meglio di noi stessi. Di fronte a queste parole sono nati dialoghi che hanno fatto emergere il senso di dovere verso la società, la famiglia, verso un loro che impongono la strada da percorrere; è emersa la preoccupazione per il futuro, il non sapere cosa fare o dove andare, preoccupazione per gli obiettivi imposti dall’esterno e la sensazione di non avere scelta.

   Vi propongo alcune domande emerse dalla lettura del testo: com’è possibile sognare di fronte a un futuro che sembra pronto a finire già domani? Come possiamo superare le illusioni che ci sono state poste per una visione più reale del nostro sogno? Per quanto tempo saremo disposti a viaggiare e a sacrificarci per raggiungere le stelle? Perché il tempo risulta essere così determinante? Se siamo la generazione nata sull’orlo del baratro, come possiamo sognare e chi può insegnarci?

   Le classi erano molto differenti tra loro, nelle quinte professionali ho avvertito un senso di impotenza, l’impressione di non avere alcuna libertà a cui appellarsi e l’obbligo di trovare il primo lavoro disponibile per guadagnare abbastanza e supportare le famiglie (alcune definizioni di sogno riguardavano il benessere familiare); altri studenti invece sono bloccati dentro l’immagine del ragazzo che non studia, che non ce la farà mai a dare il meglio, disillusi non credono nei sogni e i desideri si possono nutrire solo per qualcosa di irraggiungibile. Quest’ultimi sono quelli a rischio Hikikomori, che ogni giorno prendono in considerazione l’idea di ritirarsi da scuola. Poi ci sono gli studenti del nichilismo attivo, quelli che credono nei sogni, sono consapevoli che ci vuole duro lavoro, che bisogna raggiungere un obiettivo alla volta prima di autorealizzarsi, ma che è possibile.

   Il primo incontro con le classi è ruotato attorno al tema del sogno, un tema che attraverso il dialogo socratico ha permesso di delineare le mappe concettuali di ogni gruppo: ad esempio, alcuni hanno definito il sogno come il desiderio di conseguire i propri obiettivi, oppure come realizzazione personale e il raggiungimento della felicità.

   Era evidente però come la definizione di sogno, parte della loro visione del mondo, condizionasse poi le aspettative verso il proprio futuro, poiché le idee, con le quali lavoriamo da consulenti filosofici, hanno un grande potere e come scrive Lahav: “possono influenzare il nostro intero orientamento alla vita”[11]. Se i sogni sono astratti, lontani e irraggiungibili, il futuro verrà concepito esclusivamente come un tempo costellato da obbiettivi raggiungibili e concreti, e la motivazione che muove alla loro realizzazione sarà diversa da quella di un ragazzo che nei sogni ci crede e potrebbe avere voglia di affrontare i propri limiti pur di realizzarli.

   In una classe quinta professionale abbiamo affrontato insieme il tema della felicità, abbiamo esplorato cosa significa per loro concretamente diventare felici, e la maggioranza ha risposto: “fare soldi e diventare ricchi”. Durante il dialogo guidati dalle mie domande siamo riusciti ad andare un po’ più in profondità, individuando il motivo per il quale avrebbero voluto diventare ricchi, proseguendo da uno sono diventati tanti, e da superficiali sono diventati fondamentali dell’essere umano: infatti i soldi servono al sostentamento della famiglia (l’amore), alla possibilità di viaggiare (realizzare sogni), alla beneficenza (altruismo), e a divertirsi con gli amici (emozioni); insomma a essere felici. Ho chiesto loro se tutte queste cose si possono ottenere anche senza essere ricchi e mi hanno risposto di sì. La conclusione a cui sono giunti è che la ricchezza non è così determinante per la felicità, concorre ma non è totalizzante.

   Grazie a quello spazio di riflessione hanno avuto l’occasione di rimettere in discussione la loro idea di felicità, l’hanno rotta e fatta a pezzi per poi rimetterla insieme con maggior consapevolezza. Il mio scopo non era certo quello di regalare loro una definizione migliore, né fare la morale sui soldi, lo scopo era aiutarli nella riflessione, e da soli si sono resi conto che la ricchezza non determina al 90% il raggiungimento della felicità.

   La loro visione del mondo, l’idea di felicità, li orienta nella vita[12], come abbiamo visto con Lahav, le idee, le parole hanno un impatto nella realtà, non fanno parte di un mondo lontano e sconnesso; il lavoro che cercheranno dopo la maturità sarà quello più pagato, e quando invece la loro idea di felicità comprenderà crescita personale e autorealizzazione cercheranno un lavoro che non solo li paga bene, ma anche che piace davvero e che li porterà a essere soddisfatti di sé.

(Per chi fosse interessato a leggere la tesina completa clicchi qui.)

 

[1] Cit. R. Lahav, Uscire dalla caverna di Platone. Consulenza filosofica e auto-trasformazione, tr. it. di Vincenzo Quintabà, Loyev Books Hardwick, Vermont USA 2017, epup, p. 15.

[2] R. Lahav: “un anelito è un desiderio di cambiare le coordinate fondamentali del proprio modo di vivere, di elevare l’esistenza a un livello più alto, di farla diventare più di quanto sia ora”, p. 131.

[3] H. Byung-Chul, La società della stanchezza, tr. it. di Federica Buongiorno, Nottetempo, Milano 2018, p. 7.

[4] Ivi, p. 21.

[5] Cit. ivi, p. 22.

[6]Cit. ivi, p. 23.

[7] G. B Achenbach, La consulenza filosofica. La filosofia come opportunità di vita, tr. it. di Raffaella Soldani, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2009: “In altre parole, in un’epoca ipertecnologica come la nostra sembra non esserci un’esigenza sociale di filosofia”, p. 11.

[8] Cit. H. Byung-Chul, La società della stanchezza, p. 26.

[9] U. Galimberti, La parola ai giovani, p. 54.

[10] Cit. ivi, p. 55.

[11] Cit. R. Lahav, Uscire dalla caverna di Platone, p. 12.

[12] La riflessione filosofica in questo senso non cerca di teorizzare in astratto la vita, ma di essere interconnessa con la vita. Cfr. ivi p. 18.

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